Recensione di:

Paolo Rizzi

Critico d'arte, giornalista, editorialista
"Quando la pittura si libera dalla rappresentazione, noi possiamo iniziare a capire, cosa c’è sotto e dentro l'operazione di svelamento della natura, condotta dall’artista Gianni Piva..."

È curioso, la prima impressione, di fronte ai quadri di Gianni Piva, è che la natura ci inviti a tuffarci dentro. Tale è il formicolio della vegetazione, tale la presa persino voluttuosa dei fiori, dei campi di grano, degli alberi incredibilmente fioriti, del paesaggio fascinosamente prensile, che si vorrebbe entrare in simbiosi con questo eden ritrovato. Ci attrae, cioè, l’aspetto sensuale e insieme dinamico di una natura che ci appare rigogliosa e vitale, densa di umori, inglobante e avviluppante lo sguardo e i sentimenti.

Tutto sorge davanti a noi con la freschezza di un’improvvisazione tumultuosa. Ne siamo avvinti. Poi, guardando e riguardando, ci si rende conto che l’esplosione di una natura in fiore nasce da qualcosa di più profondo: di organico, quindi di assimilabile con la ragione.

Non si tratta soltanto di un pur gioioso ed estemporaneo post impressionismo discendente da Monet: le motivazioni stanno nella nostra stessa struttura fisico-psichica, nei gangli nervosi, nei filamenti cerebrali. Ogni quadro, e quindi anche ogni particolare della pittura, si riferisce ad un nostro modo di ritrovarsi nell’ambiente che ci circonda: noi come elementi costitutivi della natura, quindi equiparabili biologicamente alla vegetazione, agli alberi, al paesaggio. Gianni Piva, da questo punto di vista, non ha fatto che buttarci in quei campi di girasoli o di papaveri per accertarne la nostra più intima identità. Ecco il punto fondamentale: per la pittura del giovane artista trevigiano come, in linea generale, per tutte le creazioni del nostro tempo.

Essenziale è la testimonianza di una “verità” che chiamerei appunto biologica, in quanto rispondente ai caratteri organici di ogni struttura di vita. I parametri con cui un tempo si giudicava la bellezza sono (o ci appaiono) consumati. Non sappiamo se la cosiddetta armonia classica (fidiaca o rinascimentale) conservi il suo valore in un tempo così nevrotico e convulso come il nostro, dove l’artista è un nomade alla ricerca di qualcosa che, continuamente, rincorre e gli sfugge. Cerchiamo nuovi approdi alla nostra sete di conoscenze. Uno di questi è proprio il raffronto -che può diventare persino drammatico- tra il nostro fragile “io” e l’ambito della natura che ci avviluppa. Gianni Piva ha cercato, appunto, di immettere sé stesso nella natura che dipinge. Ci ha innestato il suo piglio sentimentale ma anche la sua forza organica primaria, tutte le sue sensazioni, tutti i suoi pensieri, tutto il suo DNA, i suoi cromosomi. Lo percepiamo subito: ed è già questo un segno di valore. La natura talvolta ci appare nei suoi connotati ben riconoscibili: alberi e fiori, campi e nuvole, terre e acque. Essa ribolle all’interno di una vegetazione che si apre prepotentemente allo sguardo avido. Ma, nel contempo, l’occhio sembra avvicinarsi e penetrare all’interno di quel groviglio di forme: aggregarsi a tal punto da perdere il contatto con quella che noi consideriamo “la realtà delle cose”. La pittura si fa quindi (ma il termine è errato) astratta: nel senso che si fa rappresentazione di un intrico che diventa, inevitabilmente psichico. Sta qui il fascino di questa pittura. Essa riflette un mondo esterno (quello che vediamo continuamente davanti a noi) e, nello stesso tempo, è il tramite di un viaggio profondo nel subconscio, laddove pulsa l’aspetto più organico della vita. A ben guardare non c’è distinzione; soltanto del vedere.

Quando la pittura si libera dalla rappresentazione, è un’altra rappresentazione che subentra; e noi possiamo iniziare a capire cosa c’è sotto e dentro la natura: sotto e dentro noi. È un’operazione di svelamento, condotta dall’artista con assoluta disinvoltura, senza intellettualismi o sofisticazioni. Tutto ci appare semplice e – come non può non essere – complesso. Vediamo appunto questo transito sottile. Davanti a noi si stagliano i girasoli turgidi, caldi, persino grandiosi. Accanto, in altri quadri, si stemperano invece, un pulviscolo iridescente, gli alberi fioriti delle Mauritius; o si stende un campo di grano i cui filamenti paiono carezzati dal vento. Ecco quelli che Gianni Piva chiama “I miei fiori”: tulipani, papaveri o violette (e il titolo di un quadro è, significativamente, “Curiosando tra i fiori”). Ma ecco anche allargarsi il paesaggio, fino ad inglobare, sul fondo, la laguna e far intravvedere il profilo di un’incantata Venezia. Oppure il viaggio nella natura ci porta verso il Sile, dove tra la vegetazione fitta appare la trasparenza dell’acqua. È un continuo viaggio: dai fiori dell’Argentario alle canne da zucchero di lontane plaghe, fino ad una “Vallata” fatta di uno sgranarsi di fiori nell’abbaglio di una luce iridescente. Quasi senza che ce ne accorgiamo, l’elemento naturalistico si scioglie, si dissolve: o comunque sfugge nella sua riconoscibilità ai nostri occhi. “Cascata” può anche essere un’impressione di azzurrini glaciali. “Riflessi e abbagli” ci confondono aprendoci nuovi orizzonti alla fantasia.

C’è una “Parete” che può apparire soltanto come un “effetto muffa”; e un’ ”Improvvisazione” fatta di cerchi di luce che si intersecano quasi in chiave cosmica. All’improvviso da un groviglio di segni e colori esce una testa, una testa di legno dipinto che si protende verso di noi, quasi a saldare due momenti (quelli che banalmente si riferiscono all’astratto e al figurativo) che invece compenetrano anche in materie e aspetti diversi. e aspetti diversi. Persino in un “Ricordo di vecchio film”, le bobine srotolate si confondono con il magma pittorico in una sorta di danza dionisiaca. Finché due semi-archi (due gondole?) esplodono in mille frammenti che poi si ricompongono in un’immagine nuova, dove si percepisce quasi il movimento degli atomi in frenetico volo. Allora noi non “vediamo” più fiori o campi di grano: vediamo quello che appunto, c’è dentro o sotto o oltre. L’immaginazione ci spinge lontano. Quel che è evidente di prim’acchito è che la pittura risponde sempre, in modo serrato, alla conformazione organica di chi la muove. La frenesia, l’eccitazione, l’impulsività del gesto: tutto nasce da una personalità ben precisa. È qui che ci si rende conto come Gianni Piva rifiuti ogni accondiscendenza stilistica, ogni manierismo, ogni soluzione d’accatto. Certo: egli ha guardato (e come non farlo?) alla grande storia che sta dietro alle sue spalle: quindi a Monet come a Pollock. Ma ha inserito ogni eco, ogni ricordo, nel suo modo di essere: vorrei dire nel suo genoma. Di qui la sensazione di una pittura cristallina, fresca, pura, persino ingenua fino al limite (s’intenda correttamente) del naÏf. Una pittura che potremmo dire libera, in quanto è mossa dalla libertà di un uomo che intende esprimere le sue sensazioni, i suoi moti d’animo, e sue emozioni di fronte a quella grande maestra del vero che è la natura.

Cosa significhi questo, nella cultura d’oggi, è presto detto. Abbiamo trascorso un secolo che è stato chiamato di avanguardia, nel senso di un continuo rinnovamento del linguaggio. Fino a ieri (diciamo: fino a dieci vent’anni fa) pareva che il valore, nella creazione artistica, dovesse identificarsi nella novità delle soluzioni proposte. Così, ad esempio, la Pop Art ha spazzato via l’Informale, il quale a sua volta s’era sbarazzato del cosiddetto Figurativo. Oggi siamo arrivati ad un esasperato nomadismo, cioè a forme di eclettica spericolata mutazione linguistica. Ma sempre più emerge una necessità: quella di un ritorno alla natura, intesa come simbiosi dell’uomo nell’ambiente. È così che la natura, tanto disprezzata da futuristi o da Dadaisti o Surrealisti o Cubisti, s’è presa una rivincita: che è tale non soltanto nella pittura, ma in tutte le modalità creative. L’altra prospettiva è, come si è accennato, quella dell’autenticità dell’espressione. Basta quindi con gli scimiottamenti, con i conformismi, con le furbesche manipolazioni: il nuovo “spirito del tempo” esige che tutto quello che esce dall’artista sia frutto di una verità organica. Se il concetto del “bello” si è sfaldato, quello del “vero” è sempre più forte. La pittura deve essere “vera”: il che significa che deve essere quasi un prolungamento della linfa umana, del sangue, della struttura organica. Secondo questi parametri la pittura di Gianni Piva ha perfettamente le carte in regola. Essa è istintiva e frenetica quanto carica di vitalità: interpreta la natura e ne ritrasmette i succhi e gli umori; si fa prepotente come un fiotto di sangue che esca da una ferita; riflette i segni e i colori con la violenza dei fenomeni naturali. Così vediamo persino i bicchieri di plastica bruciati e lasciati colare in mezzo al colore; oppure ci balenano davanti agli occhi i filamenti bianchi di una enigmatica scrittura che pare uscita dai gangli cerebrali. Tutto si fa incandescente; tutto pare magmatico. Poi, magari, il “clima” si placa: e la pittura diventa un ricamo delicato di fronde primaverili, con i verdini, i gialli e i lilla che sembrano giocare a rimpiattino espandendosi dall’albero fiorito.

Quel che propone l’artista è frutto sempre di un’emozione: diventa, in realtà, stato d’animo. Talvolta, di fronte a certi quadri oblunghi e densi di Gianni Piva ci sembra che prevalga il caos. Può essere: il gesto è eccitato, al diapason, e il colore si rovescia tumultuosamente sulla tela. Ma questo caos, a ben vedere, cela un ordine: che è quello stesso della struttura organica dell’uomo. Vorremmo, allora, tramutarci in scienziati: e tuffare l’occhio nel microscopio elettronico per scrutare da vicino le molecole in continuo movimento. Questo strumento non c’è, ovviamente, per la pittura: dobbiamo lavorare in maniera intuitiva. Anche così, comunque, è possibile discernere quel senso di ordine interno, cioè di congruenza, che sta sotto la scorza così movimentata della pittura. Ordine che appare anche nelle vibrazioni più frenetiche del gesto pittorico e che si riconduce – lo ripetiamo – alla verità biologica dell’uomo. Per il resto, va sottolineato che la tecnica usata da Gianni Piva, frutto di continue sperimentazioni, obbedisce perfettamente agli intenti espressivi: anzi, essa si fa tutt’uno con il “Kunstwollen”, la volontà d’artista. Lo vediamo negli effetti così diversi, eppure complementari, della pittura: laddove c’è una tensione edenica verso il trasfigurarsi della natura (alberi, fiori, vegetazione, acque, cieli) come laddove prevale il tumulto elegìaco dei sensi, la forza sorgiva del mondo che si rovescia nel sentimento. Sono momenti diversi: cui corrisponde una diversa impostazione tecnica. Si va dall’apparizione solare dei fiori al loro macerarsi nell’intrico informale: quindi dal giorno alla notte, dalla limpidezza apollìnea al turgore dionisiaco. In fondo Gianni Piva resta, nell’oscillazione delle sensazioni, fedele sempre a se stesso. Possiamo con fiducia credere in lui: per quello che fa oggi e, soprattutto, per quello che farà domani. Il credito che gli abbiamo dato un anno fa s’è moltiplicato. Lo testimonia oltretutto, la fiducia di quanti -e non sono pochi- si sono già ritagliati, per la propria casa una fetta di quell’universo floreale che l’artista va costruendosi giorno per giorno, palpito per palpito.