Recensione di:

Paolo Levi

Prof. Paolo Levi: Critico d'arte, giornalista, saggista, curatore d'arte italiano.
"Il suo spirito contemplativo, la sua religiosità veneta di panteismo, la sua certezza di far parte, di un disegno preordinato, lo ha portato a testimoniare la bellezza del mondo"

Gli esordi di Gianni Piva sono stati figurativi, e connessi a una capacità manuale istintiva, che si è esercitata sin dalla prima giovinezza in assoluta libertà, al di fuori delle scuole d’arte. Il soggiorno di un anno ai Caraibi, a contatto con la natura, in una situazione di fuga che lo ha accomunato a poeti maledetti e pittori ribelli, ha trasformato la sua vocazione in una scelta totalizzante, che ha anche riscosso successi di critica e di pubblico.

Soprattutto importante è stato l’evolversi del suo lavoro in una direzione squisitamente gestuale, e tuttavia non astratta, come lui stesso ama precisare, in quanto rappresentazione di una natura contemplata al microscopio o, al contrario, da una lontananza siderale.

Egli infatti, attraverso i suoi quadri, non racconta l’impossibile, o l’indecifrabile, portando piuttosto in luce l’eco figurale di un’emozione, e quindi trasportandola in una pagina di pittura di non immediata decodificazione.

Il suo spirito contemplativo, la sua religiosità veneta di panteismo, la sua certezza di far parte di un disegno preordinato, che lo ha portato a testimoniare sulla tela la segreta bellezza del mondo, lo discosta certamente dalle ortodossie dell’informale. Infatti, qualsiasi altro pittore che abbia aderito alla scelta della non forma, respingerebbe ogni riferimento al visibile, limitandosi a dare dimostrazione di una gestualità pura, istintiva, senza mediazioni e dell’energia intrinseca alla sua applicazione automatica del colore.

Da parte sua Gianni Piva sottolinea la continuità con il suo lavoro iniziale di paesaggista, considerando le sue sperimentazioni di oggi come l’evoluzione fruttuosa di un’illuminazione primaria, che si è trasformata, attraverso un processo di interiorizzazione e di sottrazione del superfluo, in sintesi poetica.

La sua manualità poi, una volta svincolata dalle esigenze della riproduzione del reale, si è fatta volatile nella distribuzione del colore, ma anche sensualmente tattile nell’uso della tecnica mista, dove i materiali non strettamente pittorici conferiscono spessori plastici e dinamismo cromatico al suo modo di comporre.

Questa procedura comporta ovviamente una grande capacità di concentrazione, all’impossibilità di interventi correttivi, e una velocità esecutiva che, nell’effetto finale, conferisce alla narrazione visiva il dinamismo che l’artista ha messo in atto nella sua formulazione.

È quindi impraticabile una lettura di queste opere secondo criteri che ne stabiliscano le tappe evolutive, poiché ogni momento creativo di Piva appare finito in se stesso, e non catalogabile in una maniera o in un ciclo.
La sua cifra stilistica è invece reperibile nella scrittura, nei piccoli segni che rimandano da un’opera all’altra, nelle increspature degli spessori materici, nei giochi di luce ed di ombra.

Appare comunque evidente la voluta indeterminatezza progettuale, dove la materia cromatica sembra espandersi e proliferare sul supporto senza premeditazione, e persino senza una precisa consapevolezza, da parte dell’autore, del risultato finale.

Questo dato di fatto accomuna certamente Piva alla action painting americana, dalla quale però si discosta per la solarità, tutta mediterranea, che egli immette nel suo comporre. Una solarità che è riferibile non solo alle sue scelte cromatiche, ma anche, e soprattutto, alle suggestioni visive che provengono dalla sua capacità di mediare e di partecipare alla vita brulicante dell’universo.