Recensione di:

Mario Dal Bello

Prof. Mario dal Bello: scrittore, critico d'arte, giornalista italiano
"E’ raro che, un pittore contemporaneo, raggiunga un simile sentimento: un disegno preordinato, dove sta e verso cui ci vuole portare"

Come è il mondo, il cosmo secondo la visione artistica di Piva? Oggi, in cui assistiamo ad un dolente morirsi della natura ferita dall’uomo, ci sono poeti -non importa quale sia la loro forma espressiva, se figurativa o letteraria o musicale, filmica, teatrale che guardano ad essa con un occhio non ferito, si direbbe primigenio.

C’è un tipo nuovo di artista in questi creatori -e Piva è uno di loro- che del passato non nega le scoperte, i raggiungimenti: ma non si ferma alla memoria se non per farne una rampa di lancio ad esplorare nuovi sentieri, modi originali di parlare e di guardare. In Piva lo sguardo è parola e la parola è sguardo. Le sue opere infatti sono lo specchio di uno che medita sulla natura nelle sue diverse manifestazioni – temporali, spaziali, siano esse stagioni o luoghi – con un animo di instancabile ricercatore di pensieri che nascono da visioni e da emozioni.

I titoli delle sue opere -”Galassia”, “Sinergia”, “Tessuto Organico”, “Gora Konder”, “Sogno d’Inverno”, eccetera- non appaiono semplici assegnazioni di stati d’animo o di descrizioni naturalistiche, ma sono pensieri che dal profondo, da un’osservazione insieme dell’intelletto e della fantasia nell’intimo dell’artista riescono ad emergere come una specie di “nuova creazione”. Usando materiali non-tradizionali, impaginando le scene in un’astrazione che fa della materia la protagonista, assumendo la non-figuratività del linguaggio, Piva non rompe col passato suo e della tradizione, bensì lo sviluppa: è come, in musica, passare dal sistema tonale all’atonale, ma non bruscamente, sebbene con dolce armonia.

Nell’opera di Piva regna una dolcezza antica e nuova, una distensione dell’animo anche quando il colore è violento, gli scandagli di luce lampeggianti, le forme apparentemente irrisolte. L’Autore ama l’ordine delle cose, si sofferma sull’infinito mistero del cosmo come di fronte ad un miracolo. La frequente capacità di stupore che pervade di brividi la materia sulle sue opere, sottintende sospiri e forse anche gemiti. Piva conosce l’orrido e certe tonalità accese e brusche lo rivelano; si direbbe che non ignora la “colpa”, come alcune esplosioni materiche paiono confermare in fondo, da vero poeta, indaga perché vuol conoscere l’uomo. Il quale tuttavia è assente-presente.

Per Piva è la natura -e con ciò sembra intendere tutto quello che vive nel cosmo- la voce, la parola, il pensiero. Nato da uno sguardo acuto, diuturno, amoroso. E’ questo sguardo che si concretizza in materia pulsante su di un supporto. Ma quale materia? Piva non è un poeta dubbioso, asfittico, attorcigliato su se stesso. Non è chiuso nella domanda senza risposta, come tanti artisti del nostro Occidente. Piva fa trascorrere una luce che è abbagliante o soffusa, tersa o densa, a seconda del sentimento: c’è in essa furore, entusiasmo, ma anche qualcosa di vellutato, di tenero, che sa di maternità.

E’ raro che un pittore contemporaneo raggiunga un simile sentimento. In Piva, il mistero di questa materia che si illumina la fa apparire ai nostri occhi” carne”: la natura che egli astrae, non le toglie la” carnalità”, cioè l’essere piena di vita. Se ci si sofferma, almeno un poco, davanti alle sue opere, pur prescindendo dal soggetto, anche se non si conoscesse il titolo, ci si sentirebbe comunque gonfi arsi l’anima. Perché il mistero dell’esistenza, materia in attesa di incarnarsi, è presentato da Piva allo stato puro: colore, forma, luce. Cioè vita. Per questo, ora, la sua forma d’arte non può essere che l’astrazione, che è il linguaggio dell’infinito. Dove Piva sta e verso cui ci vuole portare.