Recensione di:

Marco Bevilacqua

Prof. Marco Bevilacqua: Critico d'arte, docente e scrittore
"In Gianni Piva, il risultato è ciò che si vede e si può toccare sulle sue tele, un’idea di pitto-scultura tridimensionale"

Il mondo narrativo di Gianni Piva non è solo idilliaca osservazione del cosmo.
E’ affascinato anche dai contrasti, dalla magmatica e sotterranea energia delle manifestazioni della natura. Il risultato è ciò che si vede e si può toccare sulle sue tele, la cui consistenza rigida, satura di colore, porta ad un’idea di pitto-scultura tridimensionale. (Marco Bevilacqua)

Gianni Piva è uno di quegli artisti per i quali vita reale e arte si fondono in un unico precipitato di esistenza, in un dualismo sinergico, indissolubile. Tutto è cominciato una decina d’anni fa, a Playa Frontòn, nella Repubblica Domenicana.

Prima di allora, la pittura per Piva non coincideva ancora con una consapevole identità di artista, ma era soltanto una segreta passione, l’espressione naturale di un richiamo primigenio e di natura quasi carnale per i colori, per il gesto di imbrattare una tela, di imbrattarsi. In realtà, lo capirà dopo, un personalissimo modo di esprimersi, che affonda le proprie radici nel dialogo interiore e nella empatia con le cose del mondo, lo stesso che ancora oggi lo guida e lo ispira ogni volta che produce un’opera.

Un bel giorno di primavera del 1997, Piva decide che la vita di città, a Treviso, gli sta sempre più stretta. Troppe scadenze, troppe costrizioni, troppe gabbie, per un uomo inquieto, che sente sempre più forte dentro di sé, come un sentimento, come un ancora indefinito presagio, il proprio destino di artista. Suo padre, Luigi Piva, è un designer piuttosto noto: disegna e produce interni di case e uffici, lo vorrebbe con sè per proseguire l’attività della ditta. Ma Gianni Piva cerca la sua strada, per 3 anni si occupa di moda, poi apre un locale alternativo, un music bar in stile esotico, con affreschi colorati alle pareti e sabbia di mare sul pavimento. L’ologramma di un destino, la proiezione di un sogno. Nei momenti liberi si chiude in una stanza e dipinge paesaggi. Lo fa sin da bambino, è il suo hobby preferito. Oltre al pennello usa già le mani, la spatola. Ama le estese campiture di colore, i contrasti accesi, le volute cromatiche. Il suo è un figurativo ancora grezzo, ma già denso, materico. Gianni è un completo autodidatta, non si ispira a modelli di riferimento, trasferisce su tela solo ciò che l’istinto gli suggerisce. Anche se di pittura ne ha masticata, respirando fin da piccolo l’odore delle tempere e dei colori a olio: il nonno, capostazione in pensione, si dilettava nelle copie d’autore di pittori del ‘900. Figura che, accanto al padre designer, gli trasmetterà l’imprinting decisivo, il filo segreto che conduce all’arte. Ed è forse sulle tracce di quel legame acquisito da bambino, che Piva, a 27 anni, abbandona tutto, vende il locale che ha gestito per 6 anni, e prende il primo volo per le Americhe. Avverte il bisogno di un anno sabbatico, di un periodo di sospensione generale lontano da tutto e da tutti. Non sa bene perché, ma sente che il momento della svolta è arrivato. Giunto nella penisola di Samanà, nella Repubblica Domenicana, Gianni decide di fermarsi.

Come Gauguin, è approdato in un altro mondo, in cui ritrovare i silenzi e la forza antichissima della natura, in cui azzerare le certezze e le comodità del mondo borghese. Ma la sua verità non passa attraverso le storie e i volti di altre persone, perché a differenza dell’impressionista parigino, Piva cerca l’isolamento, la sospensione, il contatto con l’assoluto del proprio io, con le verità primordiali degli elementi. Ad affascinarlo sono il vento, i colori tersi e abbaglianti dei tropici, i fischi degli strani uccelli che vivono nell’intrico di palme e mangrovie, la risacca dell’oceano che comprende in sé tutti i rumori del mondo. A condividere questa ricerca c’è la moglie Emanuela. Vivono da eremiti vicino la spiaggia, si costruiscono una capanna e si nutrono di pesce, frutta e dei pochi prodotti in vendita nel villaggio più vicino, distante 16 Km. Al piccolo emporio locale si possono anche acquistare grandi teli di lino. Non disponendo di cavalletto né di altri supporti, Piva li tende fra una palma e l’altra e dipinge en plein air con le mani, con le braccia, a folate calde e avvolgenti come il vento che in certe sere rinforza dal mare. In questi primi lavori “tropicali”, i paesaggi si fanno più elaborati. Predominano tonalità luminose, i verdi accesi, gli azzurri abbacinati. Piva dipinge con voluttà e gioia per il proprio piacere.

Un giorno, lungo la spiaggia, compare un uomo solitario. I turisti sono rari da queste parti, ma talvolta qualche amante della natura si spinge a Playa Frontòn a piedi o a cavallo. Lo sconosciuto si avvicina al maestro, che in quel momento sta lavorando su uno dei suoi grandi paesaggi, e si ferma in silenzio a guardare. Dopo qualche minuto apre bocca per dire: “La sua è un’opera bellissima, gliela compro”. Quell’uomo è un italo americano, ex-dirigente del porto di New York, grande appassionato d’arte e amico di galleristi americani. Sarà lui ad introdurre Gianni Piva nel mercato d’oltre oceano. Trasferitosi per qualche mese su suo invito, nella Grande Mela, Piva viene accolto con entusiasmo e comincia ad avere un buon numero di estimatori..

Da questo momento in poi, l’arte occupa a tempo pieno la sua vita. Ora ha trovato la sua strada, si sente rassicurato e produce a gran ritmo, animato da un rinnovato – e questa volta condiviso- impeto creativo. Continua a viaggiare, a osservare e a dipingere. Dopo New York, Piva espone a Miami, Londra e in molte città italiane. Mette a punto la sua capacità di trasposizione dell’esistente. Si dota di una capacità di visione ravvicinata, raffigura realtà osservate quasi al microscopio. Dei suoi lavori, piace la misura diversa del vedere: Piva dipinge squarci di paesaggio sempre più densi e ristretti, in cui riaffiorano segni e simboli legati a ricordi e sensazioni dell’artista. Come ispirato da un ingenuo panteismo, l’artista entra nella segreta struttura delle cose con lo sguardo del bambino, di colui che sa cogliere l’incanto. Il suo è un gioco di cristalli e di specchi, che avvicina e allontana improvvisamente i particolari, in un continuo rovesciamento di prospettiva: un filo d’erba, la superficie ondulata di un lago, il profilo netto di una collina, si trasformano in frammentazioni di colore, in sedimentazioni materiche, di rossi, di azzurri, di bianchi, in lucenti ragnatele intrecciate d’argento, in terrigene increspature della superficie pittorica, che diventa essa stessa sostanza tangibile, tattile, sensuale. Gianni Piva lavora non a cavalletto, ma in orizzontale, a contatto diretto con il supporto pittorico. I toni esplosivi, saturi di carica emotiva delle sue tele, sono il prodotto di diversi mélange di olio e di acrilico, con aggiunta di poliuretano e impasti, per un risultato dalla consistenza sorprendente.

Negli ultimi anni, a più riprese, il maestro ha modificato e affinato la propria tecnica, senza tuttavia rinunciare alla naivetè che gli è propria. Nella sua arte non esistono padrini, ne padri putativi. Vi si possono rintracciare echi di informale, di astratto, di action painting, perfino di impressionismo. Ma mai si sfugge alla sensazione che il grande Piva sia un prodotto esclusivo di sé stesso, di un processo mayeutico fondato sulla sua capacità di emozionarsi, prima ancora che di osservare. “Il mio lavoro vuole essere un continuo contatto con il creato – spiega Piva – conduco una sorta di ricerca descrittiva, analitica, di tutto ciò che mi circonda, scavando nel particolare, entrando con l’immaginazione attraverso le ali di una farfalla, osservando le meravigliose sfumature di colori di una cellula di selenio, ascoltando la musica di un’onda che si infrange su una spiaggia deserta, cercando il contatto o diretto, fisico, di un campo di grano, di una distesa di prati in fiore, facendo vuoto dentro il mio cuore”. Il mondo narrativo di Gianni Piva non è solo idilliaca osservazione del cosmo. E’ affascinato anche dai contrasti, dalla magmatica e sotterranea energia delle manifestazioni della natura. In certe opere filamenti rossi si accendono come esplosioni di stelle su fondi neri, talvolta squarciati. Il risultato è ciò che si vede e si può toccare sulle sue tele, la cui consistenza rigida, satura di colore, porta ad un’idea di pitto-scultura tridimensionale.