La peculiare consistenza materica che contraddistingue la pittura di Gianni Piva echeggia, ovunque, profondissime risonanze liriche. Quasi fossero proiezioni fisiche del proprio variegato universo interiore, i paesaggi che egli dipinge mostrano, innervati in una singolare connessione di rapporti, abbandoni emozionali che indovini radicati nell’anima. Vi respiri gli umori e, insieme, le fragranze più intense di una natura feconda di impressioni, colte all’aurora o al tramonto, in autunno o a primavera, a latitudini prossime o remote.
In contesti tanto ameni, il silenzio sigilla un senso di meditazione, esteso ai fiori, ai prati, agli alberi – per quanto concerne certe rigogliose vedute agresti –, o, diversamente, al quieto sciabordare delle onde del mare, ove è dato avvertire le differenti temperature emotive che hanno sollecitato l’autore durante la sua febbrile occupazione: ne permangono i riverberi tra le morbide asperità di un tessuto pittorico ebbro di impasti, nella luce spirituale che allaga scenari edenici, oltre l’orizzonte di cieli abitati da mutevoli trasparenze.
Di questi luoghi, che il distratto uomo contemporaneo incontra talvolta nelle fantasie della mente, Piva conosce verità e segreti distillati nella loro dimensione ultima. Li partecipa, sottovoce, in una descrizione analitica peraltro estranea al calligrafismo, ricorrendo a grumi di colore, sapientemente articolati nel loro affascinante spessore formale, che suscitano percezioni visive e olfattive di ogni genere.
Immagini il vento, leggero, accarezzare quei campi di grano, girasoli e papaveri dove, ad un tratto, vorresti essere, e subito ti scopri catapultato dinanzi ad una visione altra nella quale converge l’infinitesimale – ad esempio – della foresta amazzonica. Abbandonato per un attimo qualsiasi appiglio figurativo, Piva, ora, contestualizza in un registro informale l’immagine dipinta. Quasi intendesse porre sotto un’ideale lente di ingrandimento il matrimonio tra vegetazione e terra, riporta ad un ancestrale ordine dei medesimi trame, propaggini e invisibili germinazioni. Il risultato è una composizione pullulante di floride effervescenze corporee, colme di combinazioni cromatiche cresciute su una suggestiva base d’affresco.
Dove il pennello, la spatola, i polpastrelli – addirittura – delle mani di Piva hanno sapientemente agito, resta la scia del coinvolgimento intimo che ha animato il pittore. Che egli badi all’essenza, vera, delle cose, lo dimostrano, in fondo, i supporti usati per dipingere: scarti di cotone, lino, iuta, plex. Materiali poveri che, in un’alchimia diresti persino sentimentale divengono improvvisamente pretesti di pittura. Di più: rilievi geografici di un mondo indagato da altezze immaginarie quanto vertiginose, dalle quali, forse, può essere più agevole comprendere l’allegoria esistenziale racchiusa nell’archetipo del deserto o, piuttosto, dell’era glaciale. Chissà…
E, tuttavia, sebbene in questo ambito dell’attività di Piva prosperino, in taluni casi, aspre implicazioni, analogamente a quanto avviene nel suo lavoro più descrittivo, è lo stupore per i prodigi della natura a caratterizzarne l’effettiva urgenza endogena: risalta apertamente, tale sentimento, al cospetto di catene montuose, foci di fiumi, colate laviche che evocano misteri eterni. Un cosmo, dunque, quello rivelato dall’artista con considerevole efficacia espressiva, al cui interno può persino accadere di perdersi, abbagliati dal chiarore dell’alba o da bave, color carminio, che annunciano in lontananza il sacro rito della sera.
Firenze, maggio 2011.
La Natura è un tempio dove viventi colonne lasciano qualche volta uscir confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l'osservano con sguardi familiari.